venerdì 18 aprile 2014

Gabriel García Márquez ed io

Questa è la storia di una ragazza che, ormai vent'anni fa, iniziava le scuole superiori. Era un istituto tecnico commerciale, non proprio un posto dove ci si aspetta di appassionarsi alla lettura.

Questa è la storia di una ragazzina e di una professoressa appassionata che riconobbe una luce particolare negli occhi della sua allieva e decise di alimentare quello che allora era un flebile lumicino.

Allieva e insegnante cominciarono da "Cronaca di una morte annunciata" e alla ragazza piacque moltissimo quel libro e ne apprezzò immensamente la struttura: una storia ripetuta molte volte, la stessa storia raccontata dai diversi protagonisti, un capolavoro.

Poi la prof. decise di alzare il tiro, di aumentare il livello, e propose alla ragazza di leggere "Cent'anni di solitudine". La ragazza cominciò ma stava per arrendersi: quel libro non lo capiva, non riusciva ad andare avanti, non riusciva a subire la fascinazione della nave in mezzo alla foresta e di Aureliano che incontra per la prima volta il ghiaccio. E allora la ragazza tornò dalla prof. e le disse "mi arrendo". La prof rifiutò di riprendersi il libro rispondendo "coraggio, vai avanti, sono certa che ti piacerà". La ragazza diede ascolto a quella donna che viveva in una grande casa senza pareti visibili, erano tutte interamente tappezzate di libri in lungo e in largo.
Alla fine la ragazza diventò quai un'abitante di Macondo, leggeva e sentiva addosso l'umidità del Caribe e iniziava a sentirsi una discendente di Amaranta (ma su questo si sbagliava, lei non avrebbe fatto la fine di Amaranta, ma allora ne era certa).

La ragazza e la prof. furono separate dalla scuola e dalla vita (raramente si incontrano ancora oggi e la prof. conosce marito e primo figlio di quella ragazza), ma ormai il lumicino era diventato un fuoco e Márquez era diventato un punto fermo per quella ragazza e i suoi libri, tutti o quasi (deve leggerne ancora pochissimi, forse qualche racconto), dei compagni di viaggio nella vita e una consolazione nei momenti di solitudine, e ce ne furono molti prima che la ragazza incontrasse il grande amore della sua vita.

E quando la ragazza incontrò prima la passione di Florentino Ariza (certo non con i numeri di Florentino) e poi finalmente l'amore vero e grande, ricominciò a leggere i libri che aveva letto da fanciulla usando solo la fantasia e quei libri presero nuova vita perché ormai la ragazza non leggeva soltanto, adesso capiva.
E un giorno, per il suo ventinovesimo compleanno, il suo amore grande le regalò la nave nella foresta:


sabato 15 marzo 2014

#bookpopup: test su strada

Sono passati 5 mesi dalla mia visita in Peg Perego per la presentazione del nuovo trio Book Pop Up.
Sono passate 5 settimane dalla nascita di Bino (Ernesto era #bimbopatato, Liborio almeno per 3 anni sul web, e a casa, sarà #Bino).
Al di là dunque della presentazione istituzionale del trio, durante la quale comunque avevo chiesto di fare delle prove (visto che ero già mamma e conoscevo le magagne dei passeggini), adesso posso giudicare il prodotto in base alla mia esperienza diretta.
La mia prima uscita con Bino non è stata una passeggiata. Cioè è stata facilissima ma non siamo andati a passeggio.
Dovevamo tornare in ospedale per controllare la crescita di un pupetto che pesava poco più di due chili.  E allora carrozzino e taxi.
Forse avrei dovuto filmare la faccia del tassista quando in due passaggi ho tolto la navicella dal carrello e gli ho passato il carrello chiuso da mettere nel portabagagli, e poi rifirmarlo quando scesa dall'auto ho riaperto il carrello e ripiazzato la navicella. E avevo subito un intervento da 6 giorni!
Poi sono andata alla ASL per la scelta del pediatra e, giustamente O_o, c'erano una decina di scalini tra noi e lo sportello per la richiesta. Anche lì due mosse per togliere la navicella, richiudere il carrello e fare le scale con la navicella in una mano e il carrello nell'altra.
E niente, apprezzo molto questa facilità di montaggio-smontaggio.
L'altro elemento molto utile per me è l'enorme saccone al fondo del carrello che insieme alla borsa del trio mi permette più o meno di traslocare, consentendomi di portarmi dietro tutto il necessario per Bino e magari anche un cambio per Ernesto e la sua merenda. E visto che siamo al cambio di stagione l'altro giorno ho messo nel sacco anche un mio maglione che la sera rinfresca.
Il maniglione unico è molto utile per le mamme bis, con una mano spingi il carrozzino, con l'altra tieni per mano il figlio più grande, che però ha solo tre anni e mezzo quindi è pur sempre un piccoletto.


Se invece sei una mamma socialcosa e lo smartphone è il tuo amico fidato, il maniglione è utile per gestire passeggiata e notifiche ;)
Ma le prove su strada aumenteranno nelle prossime settimane, per fortuna andiamo incontro alla bella stagione, e se Bino continua a mangiare così tanto ben presto abbandoneremo la navicella per passare al passeggino.
In auto invece ci andiamo pochissimo, siamo una famiglia car-free, ma usando il car-sharing abbiamo apprezzato la semplicità nell'agganciare l'ovetto.


Vorrei però dare un consiglio alla Peg Perego: per i prossimi progetti dovrebbero prendere in considerazione l'eventualità di posizionare navicella-ovetto-passeggino un po' più in altro, un po' più a favore di bacino di mamma e papà. Con qualche centimetro in più questo prodotto favoloso diventerebbe straordinario.

Intanto noi ci godiamo quest'anteprima di primavera...



mercoledì 12 marzo 2014

Pur di lavorare...

Il lavoro per me, come per tante altre persone (ovviamente non tutte), è importante sotto molteplici aspetti.
Da sempre mi rifiuto di pensare che il lavoro sia esclusivamente fonte di sostentamento materiale per me e per la mia famiglia.
Da sempre penso che lavorare debba essere per una persona fonte di soddisfazione personale oltre che economica (se non prima che economica).
Da sempre credo che il lavoro, qualsiasi lavoro, vada fatto con passione e condivido questo pensiero con mio marito che lavorava con dedizione e passione anche quando era impiegato in un call center. Sì, quei call center dai quali spesso vi chiamano o vi rispondono con lo "scazzo alla risposta" convinti che visto che sono sfruttati e sottopagati abbiano il diritto di lavorare male.
Ma lavorare male non è solo un danno per il datore di lavoro, spesso è una mancanza di rispetto nei confronti di se stessi perché si arriva a squalificare da soli il proprio lavoro.

Anche io ho spesso ricoperto mansioni idiote, a volte degradanti rispetto alla mia preparazione e ai miei studi, e mi sono lasciata andare allo scazzo. Ma la cosa mi faceva soffrire, io non ho mai pensato "mi faccio le mie 8 ore di merda e poi mi realizzo fuori da qui". Non ce la faccio.
Ho scelto di lavorare per conto mio per lavorare come dico io. Con i miei tempi, i miei standard qualitativi e tutta la mia passione.
Molto spesso ci riesco, ogni tanto invece mi ritrovo imbrigliata in dinamiche odiose, le stesse per cui ho abbandonato il lavoro dipendente.

Ma lavorare da freelance comporta un vantaggio non da poco: puoi scegliere. Anzi: devi scegliere. Perché se vuoi che il tuo lavoro venga apprezzato, se vuoi crescere anche economicamente, devi tagliare i rami secchi e avere il coraggio di affrontare i momenti di magra.

Ma siamo in Italia, terra di dipendenti o meglio di atteggiamento da dipendenti, e siamo in crisi.
E allora se ti permetti di scegliere sei troppo "choosy" oppure sei pazzo.
"con questa crisi va bene tutto..." "pur di lavorare devi accettare tutto..."

E se fossimo in crisi proprio per questo?
Perché a furia di farci andare bene tutto e di accettare tutto abbiamo operato una selezione avversa e abbiamo riempito aziende e PA di mediomen che si fanno le loro 8 ore con lo scazzo e poi cercano soddisfazione altrove. Ne sono abbastanza convinta, vedo in giro troppa gente che non merita assolutamente lo stipendio che percepisce, nel pubblico come nel privato.

Per ora ancora mi permetto di scegliere, perché per me è troppo importante lavorare bene per i miei clienti, e come ho scritto altrove:
"la fatica non mi spaventa, la mancanza di rispetto invece mi inorridisce".

lunedì 10 febbraio 2014

E' nato Liborio: un'avventura raccontata da papà

Non è stata una passeggiata e visto quello che è successo, lascio la parola a Oppi, che nel casino di quella notte ha fatto la cronaca su FB.

6 febbraio 2014
1.30  Contrordine. Alle 00:34, sono a letto da 14 minuti, suona il telefono ed è Michela. "Oppi ho un'emorragia, mi operano subito, vieni", click. Un minuto per capire, otto per essere fuori di casa senza farsi sentire da bimbo e suoceri, alle 00:45 sono sul taxi e dopo il mio corpo si sveglia anche il mio cervello. La morte nel cuore per tutto il viaggio, le preghiere, "tenga il resto", entro da corso Spezia ma è chiuso e faccio suonare tutti gli allarmi, fanculo e corro in via Ventimiglia, il cortile, l'ascensore, "non ci sono molte spiegazioni possibili per un intervento d'urgenza a poche ore da quello prefissato", e poi lo sapevamo che c'era questo rischio, "se vedete anche solo una goccina, correte, pure se potrebbe essere troppo tardi". Come farò a ricostruire Michela, con quali forze, che già non ne ho, cazzo di ascensore più lento del mondo.
Ecco l'infermiera, le dico che "mi hanno chiamato" con la faccia di chi deve solo constatare la realtà, riconoscere il cadavere, e la sua faccia è una conferma, "però mi dica il nome", cosa importa, "il nome!", toh, "Ah ok: stanno bene".

?!?!? Ma avranno capito di chi parlo? Mi hanno telef..."Sì, stanno bene. Lei dorme, le han fatto l'anestesia generale. Lui è nel nido. Stanno bene. Lei piuttosto...si sieda, vuole un caffè con tantissimo zucchero? No?".

E ora qui, con le gambe molli, ad aspettare di vederli ma ora ha meno importanza, vederli, perché nel frattempo sono morto e poi rinato. "Ha perso tanto sangue, di colpo, non ne eravamo certi ma alla fine siamo riusciti a salvarli...", mi dice ora il dottore, il mio nuovo e definitivo supereroe. "Ho tre amici che si chiamano Liborio", racconta l'infermiera, "giù in Sicilia". Non so ancora che faccino abbia, ma c'è. Liborio c'è. 
Ripensandoci, forse ora quel caffè con tantissimo zucchero lo prendo.

1.41 Ora l'ho visto. Dopo circa un minuto l'ho riconosciuto, e ho finalmente pianto, non ho ancora smesso. È meravigliosamente bello e si ciuccia il pollice. È già diventato tutto il mio mondo.

5.32 Aggiornamento: ora mamma Michela è qui, in camera, dolente ma sveglia. A mezzanotte e mezza stava andando in bagno prima di nanna quando un vero fiume di sangue ha terrorizzato lei, le "coinquiline" e le infermiere, che l'hanno catapultata in sala operatoria sperando di salvare almeno uno dei due...Lei si è addormentata piangendo senza sapere se si sarebbe risvegliata. Invece è andata com'è andata 
Fosse stata a casa, per lo meno per il bimbo non ci sarebbe stata speranza. Per ore ha pensato che i dottori la prendessero in giro, dicendole che Liborio era vivo. Tutt'ora non l'ha visto e quindi non sa che quanto è bellissimo :'-)
Intanto il papà, che qualche ora fa ha fatto scattare gli allarmi di tutta la struttura, non appena Michela è stata messa a letto ha pensato di accendere la lampada e invece ha schiacciato l'interruttore di richiesta aiuto, spaventando le infermiere che l'avevano appena lasciata e che lo volevano picchiare ^_^

6.14 Nota di colore: la mamma riferisce che l'ostetrica che ha fatto nascere bimbo si chiama Maria, mentre l'anestesista, di chiara origine non italiana, è di...Nazareth. Sul serio 
Bon, io l'ho detta, fatene quel che volete.

Dopo poche ore mi hanno portato il mio bambino. E' un piccoletto che pesa meno di due chili e mezzo ma è già un combattente.
Adesso siamo tutti a casa, stiamo bene e ci stiamo riorganizzando ancora una volta.

Nel link tutta la discussione avvenuta su Facebook in quella folle notte:
https://www.facebook.com/alessandro.oppi.salvatico/posts/10202357227145590?stream_ref=10



martedì 4 febbraio 2014

- 2 ricovero

Ed eccomi qui, nella camera che sarà la prima camera di Liborio.
Stamattina sono entrata in ospedale ed è stata una giornata sfiancante: due tracciati, prelievi, ritiro referti, anamnesi, ecografie, visita con l'anestesista...
Una giornata impegnativa, praticamente dormivo di più a casa!
Comunque sono in camera tripla con due primipare che hanno già avuto i loro bambini: che carini! Mi fanno tanta tenerezza sia i cuccioli che le loro mamme. Ricordo bene lo smarrimento di fronte ad un pannolino, ad un rigurgito, a qualsiasi cosa!

lunedì 3 febbraio 2014

- 3 in bilico tra due vite

Ultimo giorno a casa, sindrome del nido a livelli inesplorati. marito e figlio con gli armadi pieni: ho lavato e riposto TUTTI i loro indumenti.
Insomma domattina, all'alba, mentre loro ancora dormono, io me ne andrò in ospedale per il ricovero.
Saranno due giorni bizzarri, la mia seconda volta in ospedale. La prima volta ci sono arrivata in pieno travaglio e quindi ero un attimo distratta. Stavolta avrò due giorni di sospensione totale tra la mia vita in 3 e quella in 4. Già da settimane non programmo più nulla anche a livello lavorativo, al massimo sono reattiva alle richieste più o meno amorevoli dei clienti (c'è chi ha definito "maternità" la mia settimana in ospedale O_o).
Insomma son qui che aspetto di vedere come sarà... cosa accadrà...