giovedì 28 agosto 2014

All'improvviso la nomination ai #MIA14

Ero qui che davo la pappa a Bino, ma la pappa era bollente e tra un cucchiaino e l'altro c'era da raffreddarla.
E allora cucchiaino da una parte e smartphone dall'altra, che oggi tra pappe e pediatre ne avevo di lavoro da recuperare.

All'improvviso una mail diversa dalle altre:
"Gentile dott.ssa Calculli,
sono Alexia e faccio parte dell'organizzazione della IX edizione della Festa della Rete.
Le segnalo che il suo sito è tra i candidati ai MIA 2014, i Macchianera Italian Awards, come Miglior Sito di Economia."

Cooosa!
Ok, il mio blog personale parla anche di economia, io adoro l'economia, sto studiando per l'esame da commercialista (il ruolo più vicino all'economia reale di questo paese fatta di freelance, ditte e PMI), ma come, chi ha proposto la mia nomination?

Sono mesi che vivo inseguendo il lavoro, i figli, le sfighe di vario genere. Sono mesi in cui vivo in una bolla e la Festa della Rete a Rimini era già la mia meta per ricominciare bene e meglio di prima della gravidanza a rischio e di tutto quello che ne è seguito.

Insomma per il 13 e il 14 io avevo già prenotato, adesso però mi tocca pure migliorare la mia idea di outfit, soprattutto per la serata del 13.

Nel frattempo votatemi se vi va, sono nella categoria 17. Miglior sito di economia:

http://www.festadellarete.it/2014/08/28/macchianera-awards-2014-ecco-i-nominati-da-votare/

Qui è quando l'ho detto agli amici:
https://www.facebook.com/michela.calculli/posts/10204322470319231?comment_id=10204330666084120&offset=0&total_comments=74&notif_t=feed_comment

martedì 26 agosto 2014

Di mia madre e dei bagagli smarriti

Nel mese di settembre dovrò partire ben tre volte, due delle quali da sola con i due bambini, una delle quali con l'aereo.
Partire, soprattutto con altri, mi rende nervosetta. Ho sempre il timore di dimenticare qualcosa, adesso ho addirittura il timore di perdermi per strada qualcuno.

Pensando e ripensando, mi sono ricordata della disavventura della mia fashionissima mamma qualche anno fa.

Doverosa premessa: mia madre e mio padre hanno dedicato la loro vita ai figli. Hanno spesso dovuto sacrificare le vacanze per utilizzare quei soldi per la nostra istruzione e il nostro futuro. Per fortuna quell'anno decisero di pensare a se stessi: una crociera di due settimane fra le capitali del Nord Europa e i Fiordi.
Una crociera da sogno che ricordava loro quella fatta nel 1977 per il viaggio di nozze.

Insomma questa crociera se la meritavano tutta!

Però, però...

Arrivati a Copenhagen in aereo, prima di imbarcarsi sulla nave per due settimane, la brutta sorpresa: dei bagagli di mia madre nessuna traccia.
Mi ricordo la sua telefonata e la discussione conseguente fra me e mio marito.
"Amore hanno perso il bagaglio di mia madre!"
"Dai, magari ne approfitterà per fare shopping!"
"Amore io conosco bene mia madre, lei ha già fatto shopping prima di partire!"

Infatti così era. In quel bagaglio c'erano capi nuovi e superfighi acquistati per l'occasione. Sì perché mia madre, avesse ora la mia età, sarebbe certamente una fashion blogger. La sua immagine è curatissima, il guardaroba periodicamente rinnovato e il DNA ulula: è la figlia di due sarti e si vede.

Sono seguiti per lei quattro giorni da incubo. Infatti dalla compagnia aerea ottenne ben poco:
- ha potuto lavare e rilavare gratis gli abiti che aveva indosso e le poche cose del bagaglio a mano;
- ha ottenuto un buono per l'acquisto di un pantalone, una maglietta e un piumino;
- le hanno regalato due magliette.

Insomma molto poco rispetto ad una serie di outfit abbinati e studiati per una crociera. E le nei sa!

Quattro giorni, e quattro cene in nave praticamente in tuta, dopo finalmente il bagaglio. Insomma quasi un terzo della vacanza volato via nell'attesa.

Ora, io sono parecchio più incasinata in quanto ad outfit, ma ho anche delle forme difficili che necessitano lunghe ricerche per il paio di jeans e la maglietta che non mi facciano somigliare ad un insaccato, dunque ogni volta che scendo da un aereo tremo al pensiero che i miei jeans preferiti vengano smarriti. Sono la sola a pensarlo?

Questo post è stato offerto da Allianz Global Assistance

lunedì 18 agosto 2014

Ciao professore

Stamattina ho chiamato mia madre per aggiornarla un po' sulla mia vita.
Lei mi ha ascoltata e poi mi ha detto "devo dirti una cosa e volevo dirtela a voce, non via messaggio". Quando inizia così le notizie sono brutte. E infatti è brutta: il mio professore di italiano delle superiori non c'è più. Il cancro l'ha portato via.
Mia madre è un'insegnate ma non immaginava la mia reazione, non in questi termini. Sto ancora piangendo per lui mentre scrivo.
Mia madre è un'insegnante e non sapeva che dire sentendomi in lacrime. In lei due sentimenti contrastanti: la tristezza per la mia reazione alla notizia, una sorta di soddisfazione per interposta persona al pensiero di un'alunna di sedici anni fa che reagisce come all'annuncio della morte di un caro parente o un amico.

E adesso a noi prof.
Quando scrivo, e per campare scrivo, ti penso spessissimo. Ogni tanto ci siamo incontrati in questi sedici anni e ti aggiornavo sulla mia vita. A San Michele sarò in paese e avrei voluto dirti che scrivo per vivere e che sto lavorando al mio primo libro (e che entro un anno i libri saranno tre, se tutto va bene).
Due cose non mi dimenticherò mai di te.
Quell'ultima lezione prima degli esami, quando ci hai detto nel tuo solito modo colorito "ehi voi! Adesso andrete a lavorare o all'università. Mi raccomando non fatemi fare figure di merda che vengo a tirarvi un mozzico 'ngapa!".

E poi il ricordo più tenero, tu che con noi non eri tenero per niente. Ero una delle poche alunne a portare italiano agli esami di Stato (quando ancora agli esami di Stato si portavano solo due materie agli orali), tu invece eri membro esterno in una scuola nel paese vicino.
Immagina la mia sorpresa nel vederti arrivare trafelato per assistere alla mia prova orale. In quel momento ho smesso di temere la commissione e ho iniziato a temere te; quando mi facevano le domande io rispondevo come avrei risposto a te, che da noi pretendevi il 150%. A te che stavi istruendo dei ragionieri ma non ti rassegnavi al programma di italiano e storia striminzito a noi riservato. A te che ci facevi studiare sui testi del liceo spiegandoci le cose in maniera incantevole (eri uno storyteller quando gli storyteller non c'erano).

In realtà ne ricordo altri di episodi, alcuni esilaranti.
Una volta scrissi "Dande" anziché "Dante" in un tema (sostituire la "t" con la "d" è un errore frequente se sei delle mie parti, una sorta di retaggio dialettale). Ma mica me lo dicesti così, en passant. No. Quel giorno consegnasti il tema a tutti e alla fine rivolto a me "Calculli! Vieni alla cattedra, vieni" io non sapevo che pensare. E lui "Dande! Dande! ma che c'hai un parente marocchino?". No, non eri politically correct. Ci hai sempre detto di essere di destra. Ma quando ci hai raccontato la Seconda Guerra Mondiale non lo sembravi affatto. Quante volte hai spiegato l'Olocausto? Evidentemente non eri vaccinato e anche quella volta con noi ti vennero gli occhi lucidi mentre raccontavi quell'abominio.
E vogliamo parlare del Carducci? No, non ne possiamo parlare perché "Carducci mi fa schifo, e visto che le ore sono poche e il programma è lungo, passiamo oltre".

Io prof. adesso sono mamma e spero che i miei figli incontrino insegnanti come te sulla loro strada. Duri  e severi ma che poi verrà loro da piangere il giorno che sapranno che non ci sono più.

giovedì 7 agosto 2014

Dei beni primari e dei sottili analisti

Cosa sono i beni primari?
Il blog si chiama Mammaeconomia, parliamo di economia, sempre semplificando.
I beni primari sono quei beni che soddisfano i bisogni fondamentali dell'uomo.
Una volta questi bisogni erano mangiare, vestirsi e avere un tetto sotto cui dormire, più o meno.
Insomma se sei povero con quei quattro soldi devi mangiare, a casa ovviamente, vestirti, con cineserie acquistate al mercato ovviamente, e pagare mutuo/affitto, in periferia ovviamente.
E se per caso quei quattro soldi li spendi diversamente? Ad esempio:
1. compri tecnologia, sacrificando la spesa alimentare;
2. compri abiti firmati, sacrificando la spesa alimentare;
3. mangi al ristorante, sacrificando spesa alimentare e spesa dedicata al vestiario.
Innanzitutto preparati a sorbirti la netta condanna di giornalisti ex sessantottini che adesso vivono nell'attico in centro (un esempio l'Amaca di Michele Serra di qualche settimana fa, con un uso alquanto spregiudicato della statistica), dell'intera generazione che ti ha preceduto, di una serie di personaggi che semplicemente non hanno un'idea della realtà in cui vivono.

Dai tempi di Metello le cose sono cambiate, esattamente come i bisogni primari. Vestire bene, anzi benissimo, avere una vita sociale e usare la tecnologia più aggiornata possibile vuol dire spendere in beni secondari, dunque non strettamente necessari?
Davvero vi sentite di rispondere di sì senza se e senza ma?

E dopo aver letto queste mie riflessioni davvero vi sentite di affermare che la crisi non c'è perché i ristoranti sono pieni o le autostrade affollate in agosto?

lunedì 14 luglio 2014

#liberidisporcarsi e una mamma impedita

Allora, premettiamo: io non ce la posso fare.
Non ce la posso fare a disegnare, incollare, creare oggetti dal nulla e tutto il resto. Un po' le invidio le mamme creative, quelle che si inventano un gioco ogni giorno, quelle che per ogni oggetto necessario per prima cosa non pensano "adesso vado al supermercato" no, loro pensano "vediamo cosa ho in casa da riciclare per creare quell'oggetto".
Lo so, il mio nome in rete è Mammaeconomia, ma di risparmiare creando non se ne parla.
Attenzione, questo non vuol dire che mio figlio (il grande, perché il piccolo è troppo piccolo) non  faccia nulla di creativo a casa, per fortuna mio marito è ferratissimo in materia e si inventa di tutto quando gioca con i bambini. Diciamo che lui è il ministro degli interni e io il ministro degli esteri. Infatti i pupi quando sono con me, vagano per la città in esplorazione. E va bene così.

Poi, un bel giorno, un gallo - quello di Chanteclair - mi sfida. Il signor gallo delle pulizie mi dice "ma i tuoi figli sono liberi di sporcarsi?"
Certo, i miei figli sono liberi di sporcarsi. In generale abbiamo deciso di non limitarli nel timore delle patacche sulle magliette, delle ginocchia annerite d'estate e dei mobili imbrattati.
Ma il gallo voleva vedermi all'opera e stavolta ho deciso di non dare l'attività creativa in outsourcing a mio marito.
Dunque ecco cosa abbiamo creato.


La scatola dei giocattoli (di riciclo)

Ingredienti:

  • una scatola di cartone (di quelle che vi arrivano quando comprate online);
  • fogli colorati, ma vanno bene anche bianchi;
  • scotch trasparente;
  • forbici;
  • pittura a dita;
  • pennarelli glitter.









Prendete una scatola che avrete messo da parte quando vi consegnano qualcosa acquistato online. Noi ne abbiamo tantissime, mio marito dice che possono servire per i giochi. Risultato: sembra ci sia stato un trasloco di recente.
















Coprite tutti i lati della scatola con dei fogli colorati, applicandoli con lo scotch.











Osservate il risultato ad effetto cubo di Rubik.



























Preparate la tavolozza dei colori, noi abbiamo utilizzato un piatto piano (siamo liberi di sporcarci, no?)


















Liberate il piccoletto o i piccoletti, al resto ci penseranno loro.























Lasciate asciugare la pittura e infine decidete quali giochi andranno riposti nella nuova scatola.















Alla fine abbiamo ripulito il tutto, ma mio figlio è un maniaco delle pulizie e la foto è venuta mossa.








Questo post è sponsorizzato dalla linea del Gallo dedicata ai piccoli: Chanteclair Bebé, una gamma di detergenti creati appositamente per garantire il massimo pulito rispettando anche le pelli sensibili (detersivo delicato, ammorbidente, scioglimacchia, additivo igienizzante e spray superfici sicure igienizzante). Le formule di questi prodotti sono ipoallergeniche, dermatologicamente testate e delicatamente profumate. E noi qui tra bavaglini, tutine, cambi della scuola estiva e incidenti con i pennarelli che, per caso, finiscono sul tavolo anziché sul foglio, ne avevamo bisogno.

giovedì 10 luglio 2014

Di mamme e approccio da secchione

Sono giorni e giorni che penso a quello che sto per scrivere.
Da quando è nato Bino penso un sacco.
Con Ernesto agivo prima di pensare e andava benissimo così, ho fatto molte scelte incoscienti e coraggiose e non tornerei indietro.
Bino e tutte le vicende che ci hanno portati fino a qui mi hanno invece portato il dono di pensare moltissimo prima di agire e la decisione di crescere. Adesso devo crescere.

Ma andiamo avanti.

Noi 30-40enni siamo mamme o stiamo diventando mamme in questi anni.
E siamo una nuova generazione di mamme.
Figlie delle figlie del babyboom, molte di noi hanno avuto il privilegio di vedere la propria mamma impegnata fuori casa, con un lavoro e l'indipendenza economica. Io nello specifico ero tra le poche ragazzine a scuola con la mamma lavoratrice, anzi quando facevo le superiori ero la sola (l'altra mamma lavoratrice era madre di un maschio).
Le nostre mamme, non tutte, ci hanno spiegato che potevamo studiare ed essere quello che volevamo, che l'indipendenza economica era il primo traguardo, prima ancora di matrimonio e famiglia, anzi era propedeutica.
Mia madre mi diceva sempre "pensa alle amiche e parenti che non lavorano, e se ai loro mariti succedesse qualcosa?".
E così siamo andate a scuola fino all'università e oltre, abbiamo studiato e poi avviato una carriera. il tutto con un piglio da secchione micidiali. Perché io la ricordo la competizione a scuola e in università, tutta al femminile. Dovevamo riscattarci e riscattare le nostre madri.

Poi ci siamo innamorate e abbiamo desiderato una famiglia e dei figli, e per molte è andata così.

Quello è stato il punto di rottura, il momento in cui tutto è cambiato. Abbiamo improvvisamente applicato il nostro metodo di studio alla maternità, siamo diventate mamme-secchione.
Talmente secchione da decidere che tutto quello che avevano fatto le nostre madri, nonne e bisnonne era sbagliato e andava buttato nel cesso. Mia madre se n'è accorta subito (eppure io sono tra quelle abbastanza moderate e ancora applico alcuni dei suoi ottimi metodi).
Insomma, ci siamo autoproclamate madri migliori, più informate, più capaci di educare i figli, più vicine fisicamente e psicologicamente alle nostre creature. Ci siamo prese titoli di studio non nostri: insegnante, pediatra, psicologa, nutrizionista...

La verità è che questa presunzione, questo atteggiamento da secchione, avrà un prezzo anzi molti. E purtroppo in alcuni casi lo scopriremo troppo tardi.


domenica 22 giugno 2014

La mitologia del merito e delle startup

Fonte: www.dantoniodaniele.it
Torino. Domenica mattina. Mensa dei poveri.
Questo è quello che ha visto e riportato il mio amico Daniele.
Un'immagine che mi tocca vedere tutti i lunedì, quando dalla scuola materna di Ernesto passiamo ai giardinetti.
Vicino ai giardinetti c'è una sede dei vincenziani e il lunedì alle 17 circa distribuiscono qualcosa: immagino cibo o vestiario. Ogni lunedì i giardinetti sono invasi dagli ultimi che si mescolano ai nostri bambini in attesa di ricevere la busta.
Di lunedì in lunedì gli ultimi si trasformano e sembrano sempre meno barboni e sempre più impiegati in pausa pranzo. Di lunedì in lunedì io penso e ripenso che finire in quella fila è un attimo.

Cambiano argomento, ma forse no.
Con il primo figlio ho visto tutto rosa per mesi, anni. Se vuoi puoi, se ti impegni riesci e via così. E così è stato: ho fatto tutto quello che ho voluto, lavorando e studiando tutti i giorni, e sono arrivata fino alla seconda gravidanza così.
Con il secondo figlio e una serie non ancora terminata di problemi famigliari la nebbia rosa si è diradata, sta scomparendo proprio. E allora no, se vuoi puoi un cavolo! Perché la vita è un insieme di eventi e di persone e tu potresti rimanere indietro per mille motivi. E se rimani indietro quella fila si avvicina.

E allora sono preoccupata perché tutta la mitologia del merito e delle startup perde di senso se devi cercare di non finire in quella fila e la politica di quella fila si sta dimenticando in un'ubriacatura di ottimismo sbandierato ovunque.

La verità è che i ricchi sono sempre più ricchi e tutti gli altri stanno diventando poveri. E la povertà oggi ha infinite declinazioni perché mentre io conosco l'ansia da ultima settimana, qualcun'altro ha dovuto dare completamente in outsourcing i propri figli o ha deciso di non averne per la carriera o l'azienda.

Nel frattempo la ricchezza non la produce quasi più il lavoro, ma facciamo finta di non saperlo e ci raccontiamo delle gran balle sul merito che vincerà su tutto.

Mai come in questi mesi sono contenta di essere italiana e non, ad esempio, statunitense. No perché tra parto e degenza del piccolo, con tutte le mie capacità, i miei studi e la mia intelligenza, oggi sarei già in quella fila e probabilmente con un figlio in meno.